[Tristan Bantam]
 

martedì, 28 settembre 2004

Il risveglio privilegiato non deve aver luogo necessariamente dal sonno.
Posto che sonno e veglia non sono due parti della vita, che essa, la vita,
non ha parti, bensì luoghi e volti. E così dal sonno e da certi stati di veglia
ci si può risvegliare in questo modo privilegiato che è il risveglio senza immagini
.

da "I chiari nel bosco" Maria Zambrano

I

Alla fine è solo un urlo quello che mi rimane strozzato in gola proprio là dove comincio a battere sulla tastiera con furia con rabbia ed amore ed è Tiersen quello che suona nella stanza e insieme arrivano i sentieri tortuosi dell'anima fatti di biforcazioni declivi torrioni e mura e sfingi a custodire enigmi come deserti a separarci e unirci dal tratto di strada successivo per accorgerci poi di esserci già stati ma quel sasso non stava lì e il colore della terra era diverso forse chissà un'altra stagione chissà qualcosa è cambiato chissà cambierà se ci sarà modo di vederlo finchè ci saranno canti per creare il mondo donne per amarlo amici per respirarlo e strade ancora strade fatte del tempo in cui vengono percorse fatte dai pensieri di chi li percorre e mi viene da dire camminate i vostri parchi la sera perchè non siano invasi dalla polizia e scegliete strade poco sicure quando sapete di poterlo fare non dimenticate i vostri sentieri ne le piste nella sabbia ma fate attenzione la solita strada potrebbe non portarvi più a casa non fidatevi delle mappe eravamo prima delle mappe prima ancora delle strade e ci vuole spazio per ascoltare delle storie e il tempo giusto per raccontarle che quando si racconta ogni cosa si ferma anche le piante anche i sassi e allora si sosta ci si mette comodi ed è la terra stessa a farci spazio per l'ascolto è la bellezza a fare il vuoto è la notte a fare il silenzio solo quando ci fossimo arresi avremmo potuto vincere questa guerra


II

- Poi una mattina le cose cambiarono. C'era voluto del tempo per arrivare fin lì, e nessuno se lo sarebbe aspettato. In principio, mesi prima, si erano formati dei piccoli gruppi e pareva il caos, una guerra continua, un tutti contro tutti in cui effimere alleanze causavano inaspettate disfatte. L'anarchia serpeggiava ed era un susseguirsi di focolai, di imboscate.  Raccoglievamo i feriti, quelli che soccombevano sul campo.

Non sono esattamente le parole che mi ha detto, perchè quelle parole hanno fatto un viaggio dentro di me e nel frattempo si sono bagnate in altre storie per diventare quello che sono.

- Poi le cose cominciarono a delinearsi, a farsi più chiare ed organizzate... si formarono due fazioni. Se siano state le fazioni a definire i loro leader o viceversa non lo so dire.Lo scontro divenne allora un fatto personale, i due non perdevano occasione per sfidarsi, sfuggendo ad ogni possibilità di controllo. Era sufficiente un loro cenno per scatenare tumulti. Nell'impossibilità di evitare le violenze decidemmo di incanalarle.

Mentre ascolto sul suo viso si disegna la concentrazione di quei giorni, l'aria soffia dalla finestra della cucina, nella penombra del pomeriggio beviamo i nostri caffé.

- Perchè lo strazio era restituirli alle madri. Ti sentivi responsabile! Anche se sapevi che loro sapevano, nondimeno, ti sentivi responsabile. E sebbene le consegne si svolgessero con grande dignità da qualche parte restava l'amarezza di non aver saputo evitare il peggio. Le vedevi andare via con lo sguardo tormentato e quello sguardo ti rimaneva dentro.
Non avendo altre soluzioni decidemmo di circoscrivere il conflitto, di dargli un luogo e un tempo. Li coinvolgemmo nel preparare il terreno di battaglia. Montammo un ring.

C'è tutto! Le lame che stridono, la tensione, gli sguardi carichi di furia animale. E l'impalpabile silenzio che precede la battaglia, quando gli dei prendono posto per godersi lo spettacolo.

- La cosa si ridusse gradualmente ad un duello interminabile tra i due leader. Il ring era loro: gli altri erano diventati osservatori. La cosa durò a lungo. In ogni fase per mesi avevamo cercato di limitare i danni finchè le cose non cambiarono.
Fu una mattina come ti dicevo: lo scontro quotidiano era appena cominciato e dopo appena qualche colpo uno dei due si fermò e disse: "hai vinto": L'altro non capiva, la resa diplomatica non era contemplata: "Come ho vinto?" e l'altro inamovibile "Hai vinto". Quella vittoria sapeva di sconfitta... ero lì e osservavo la rabbia che stava montando nel vincitore e il suo terrore di non avere più la possibilità di sfogarla.
Allora salii sul ring e presi il posto del perdente. Il vincitore cominciò a colpirmi. Paravo i colpi con attenzione e senza contrattaccare. La sua rabbia lo portava a farsi male. Non facevo nulla per provocarlo se non proteggermi.
Iniziò ad essere stanco, poi indolenzito,i colpi si facevano via via più deboli. Infine si arrese: "Hai vinto".
Volli averne la conferma guardandolo bene negli occhi: "Sicuro?... Ho vinto?"
"Hai vinto".

Quell'anno nell'asilo nido di *** c'era una sezione solo maschile composta da undici bimbi dai diciotto ai trentasei mesi. Devo ringraziare Betty che ha vissuto questa storia e me l'ha raccontata.


III

 Iosif Brodskji  è stato per anni, prima di arrivare al Nobel per la letteratura, un dissidente perseguitato dal regime sovietico. Appartiene ai suoi libri un modo di seguire con naturalezza le esperienze e le riflessioni che conducono verso la dissidenza. In un racconto-saggio propone una lettura del discorso della montagna partendo da una sua esperienza personale.
Brodskji critica la lettura corrente che si ferma al primo verso della terzina: il porgere l'altra guancia definisce una passività che allontana dal senso originario. La non-violenza del "Discorso", dice, non è passiva se lo si legge per intero. Perché dopo aver detto "anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anhe l'altra", Cristo prosegue, "e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello, e se uno ti costringerà a percorrere un miglio tu fanne con lui due" La lettura completa restituisce il senso di una strategia morale ben lontana dalla remissività a cui vengono educati i cattolici. La storia di Brodskji è poi la sua personale applicazione di questa visione: nei campi di prigionia veniva costretto ai lavori forzati insieme ad altri, gli aguzzini costringevano i prigionieri alla competizione. Alla fine di una giornata dedicata al taglio della legna, Brodskji decise di non interrompere quella fatica sfibrante e mentre gli altri smontavano lui proseguì, in mezzo ai lazzi delle guardie, da solo di fronte alla propria guerra. E andò avanti fino al crollo fisico.

In Guerra e Pace è il generale Kutuzov che viene scelto da Tolstoj ad incarnare la riflessione sulla sconfitta e sulla vittoria. Kutuzov viene descritto come un vecchio militare, quasi estraneo agli ambienti dell'aristocrazia russa. Snobbato dallo Zar e dalle emergenti leve dell'esercito viene richiamato al comando dopo alcune sonore sconfitte subite dall'esercito russo. Kutuzov pare un uomo lento, quasi un fatalista, e mentre semina il panico tra i giovani ufficiali è amato dai soldati. Dopo aver arretrato fino alle porte di Mosca l'esercito da lui guidato ingaggia una battaglia in cui Tolstoj vede lo spirito russo prendere il sopravvento. Alla fine della battaglia i russi si ritirano e lasciano Mosca a Napoleone. L'inverno, una città già saccheggiata e svuotata dai suoi stessi abitanti, gli incendi appiccati qua e là sono l'inizio della fine per i francesi. Costretti a lasciare Mosca verranno seguiti da Kutuzov che ne dirigerà la ritirata fuori dai paesi, affamandoli, intercettando i viveri, impedendogli l'accesso alle riserve.

Si gira attorno a degli archetipi così ritorno dov'ero qualche mese fa.


La discesa
               fatta di disperazioni
                           e senza complimenti
attua un nuovo risveglio
             che è il rovescio
della disperazione.

W.C. Williams.




















postato da: Tristanbantam | 12:09 | commenti (9)

lunedì, 20 settembre 2004


Boccadorata: ... e poi basta aprire quella porta sul fondo per andartene o ritornare... nel tempo... come in una favola
Corto Maltese: sarebbe bello vivere una favola
Boccadorata: ah si, si... ma tu vivi continuamente nelle favole, solamente non te ne accorgi più.
Quando uno adulto entra nel mondo delle fiabe non riesce più ad uscirne. Non lo sapevi?
Corto Maltese: No. Sì. Forse. Siamo in ritardo Oggi è il 34 dicembre e il primo dell'anno non è ancora arrivato.
Boccadorata: ah sì, sì... ma anche natale è arrivato il 27, qui a Venezia gli anni sono sempre un poco più lunghi. da "Corte Sconta detta Arcana" di Hugo Pratt



Kitchen
(dedicato a Orsarossa)


La cucina in cui lavoro non è una di quelle cose fredde invase dall'acciaio in cui ho passato buona parte della mia esistenza lavorativa, ha piani bianchi piastrellati, un bel tavolone di legno, sul frigorifero casalingo da anni sta appeso un poster in bianco e nero di Bob Marley. Poichè il frigo è piccolo, si prepara la linea fresca ogni giorno in quantitativi che non rendono mai noiose le fasi di lavorazione. Il forno marocchino se ne sta in un angolo, è fatto di un lamierino sottile e ha bruciatori rudimentali, prima di usarlo è d'uopo scambiare con lui i salamelecchi rituali, senza temere di dilungarsi troppo e dopo un allah iaawounèk (che dio ti aiuti) e un inchaa'llah forse si riuscirà ad azzeccare una cottura e visto che ogni volta è un miracolo è necessario non dimenticarsi il bismi'llah (grazie a Dio) finale e un allah ouajib (l'ha voluto Dio) se il risultato è strepitoso. Alle volte Pilar la prende troppo dura e invece di rivolgersi con il dovuto rispetto inizia a cristonare come un fabbro anarchico educato in seminario. E il forno non perdona.
Bobo ha allestito la cucina con un'attenzione che sin dai primi giorni in cui ci ho lavorato mi ha fatto sentire a mio agio. La rastrelliera che ha fatto per i coperchi contiene estattamente il numero di coperchi a disposizione, i tavoli che ha costruito sono spaziosi ma lasciano i passaggi necessari, i magneti per i coltelli sono comodissimi, la mensola con le spezie è dove deve stare, in alto in un angolo un chiodo regge il paiolo di rame per fare il formaggio, la linea di servizio è ben studiata e non ci si intralcia.
Pilar è la custode attenta dell'ingranaggio delicato che rende estremamente funzionale ogni cosa. Presiede inflessibilmente all'ordine delle cose e non c'è oggetto inutile o senza un suo posto preciso.
Il soffitto altissimo della cucina permette ai vapori e ai fumi di di non ristagnare ed evita il rumore pervasivo delle cappe aspiranti. Lavoro in un posto dove i rumori della strada si incontrano con lo sfrigolio delle padelle, il suono dell'acqua che bolle, le voci che si mischiano in francese, in italiano, in arabo.

Una sera al ristorante scopro cos'è l'haik Fatima ne ha portato uno. Quando arriva allarga questa stoffa larga un metro e mezzo e lunga quattro metri. Lana finissima tessuta con il telaio manuale. Pilar ne vuole comprare uno da usare come tenda. Qui le donne lo usano per avvolgersi e così le tre signore con cui lavoro decidono che è ora di giocare alle bambole e chiedono a Fatima di indossare l'haik. Lei lo indossa sopra il velo e si copre anche il viso con il nguèb, è completamente imbaccucata, si vedono solo gli occhi, ride e gioca alla marocchina, riesce ad imprimere una sensualità attutita a quel fagotto, nel modo di muovere i fianchi, di pizzicare l'haik con due dita e tenere le altre aperte in un gesto aggraziato a sottolineare gli arabeschi dell'henné e a un certo punto mi viene incontro, mi fa "buh" come per farmi paura e scoppia a ridere: E mi rendo conto che dove non c'è costrizione le cose hanno un sapore diverso. Quando se lo toglie c'è Manuela che vuole provarlo, così l'haik passa dalle forme pienotte di una al fisico asciutto dell'altra. Io intanto mi sento un po' come da bambino nel bagno delle donne, sensazione di cui conservo buon ricordo, ecco! potrei avere la faccia di Lebowsky quando vola sulla pista da bowling sotto le gonne delle ragazze pon-pon. Addosso a Manuela l'haik perde la sua magia, si sposta come un fantasmino in mezzo ai tavoli. E da lì sotto spunta una voce dal forte accento toscano che fa - 'azzo, ma è pezantissimo - poi la si vede tentare una via d'uscita e spuntare come uno speleologo rimasto intrappolato il giorno di Ferragosto. Fatima ovviamente non smette di ridere.
Lavoro con quattro donne così diverse da rendere il tempo avvolgente e leggero. C'è un'attenzione al benessere di ognuno che rende la vita naturale come il respiro, e ti porta a restituire le attenzioni con lo stesso amore.

Arrivo qui con le mie nubi al seguito e a volte le sento passare e lascio i temporali abbattersi, scatenarsi, me ne sto a prendere tutto cio' che viene. Finchè arriva qualcosa a schiarire. Uno dei primi giorni camminavo per strada, la mattina presto, malmostoso e tetro, lo sguardo ficcato dentro a rovistare. A un certo punto ho visto una bimba di sei o sette anni con delle baguette tra le braccia che correva nella mia direzione. I nostri sguardi si sono incrociati e a qualche metro da me si è spostata come per venirmi contro, ha sorriso, poi deviando nuovamente ha proseguito la sua corsa. Ho sorriso anch'io e mentre sorridevo sentivo i lineamenti del volto che si scioglievano e i miei sentimenti cambiare e mi rendevo conto di quali incredibili battaglie fossero in corso dentro di me, e di come un gesto avesse ribaltato il mio umore e di come spesso siano le cose semplici a darci la misura della nostra stupidità.

















postato da: Tristanbantam | 18:51 | commenti (9)

sabato, 18 settembre 2004

Famous Blue Raincoat

It's four in the morning, the end of December
I'm writing you now just to see if you're better
New York is cold, but I like where I'm living
There's music on Clinton Street all through the evening.
I hear that you're building your little house deep in the desert
You're living for nothing now, I hope you're keeping some kind of record.

Yes, and Jane came by with a lock of your hair
She said that you gave it to her
That night that you planned to go clear
Did you ever go clear?

Ah, the last time we saw you you looked so much older
Your famous blue raincoat was torn at the shoulder
You'd been to the station to meet every train
And you came home without Lili Marlene

And you treated my woman to a flake of your life
And when she came back she was nobody's wife.

Well I see you there with the rose in your teeth
One more thin gypsy thief
Well I see Jane's awake --

She sends her regards.

And what can I tell you my brother, my killer
What can I possibly say?
I guess that I miss you, I guess I forgive you
I'm glad you stood in my way.

If you ever come by here, for Jane or for me
Your enemy is sleeping, and his woman is free.

Yes, and thanks, for the trouble you took from her eyes
I thought it was there for good so I never tried.

And Jane came by with a lock of your hair
She said that you gave it to her
That night that you planned to go clear --

Sincerely, L. Cohen


postato da: Tristanbantam | 14:48 | commenti (4)

giovedì, 16 settembre 2004

16 settembre '2003

Ora che sono abbastanza ubriaco

per dire della miseria

che mi riguarda

ora che posso dire di non averti mai considerata mia

al massimo un colpo di fortuna

stare tra le tue braccia

ora che da troppo tempo

rifletto più sul morire

che sul vivere

ora che forse tutto questo

non mi riguarda

ora che aspetto come un assassino

il suo verdetto

ora che vorrei morire o vivere

ma non l'attesa

ora restano solo addii.

postato da: Tristanbantam | 18:45 | commenti (2)

martedì, 07 settembre 2004

Tolto il folklore e gli oggettini tanto carini all'europeo medio il Marocco fa schifo. O meglio ne dichiara lo schifo per nascondere la paura. E insieme assume un'ispirata aria di compassione. Il turista triste che prelevato dal suo mondo sicuro viene scortato in qualche medina sembra un centurione che si compatta nella ritirata. Dal mucchio stretto spunta ogni tanto qualche obiettivo che furtivamente capta le immagini del safari. Che tutti si abbia diritto a viaggiare è una bella invenzione del mondo moderno, ma è un diritto, non un obbligo. Voglio dire, ci sono i documentari. Te ne stai lì buono buonino, non hai neanche da lamentarti della puzza.
Alcune guide poi hanno la compiacenza di guidare questi ignari turisti in attività estreme. Scena: mercato della verdura e del pollame, si entra da un passaggio stretto in mezzo alle bancarelle di prezzemolo, coriandolo, peperoncini e altri aromi, assediate dagli abusivi con mazzetti di menta da una parte e con i polli ipnotizzati dall'altra, il passaggio intorno ai banchi coperti è ingombro delle casse vuote e piene, i clienti si aggirano faticosamente per i banchi, le donne infagottate nell'haik e completamente velate occupano in media un metro quadrato ciascuna, sei lì con le tue borse cariche di peperoni e melanzane e pomodori, sei appena riuscito a non schiacciare un bambino e stai programmando una strategia per raggiungere l'aria, l'apnea non porta lucidità le borse ti zavorrano ma inizi a vedere uno spiraglio e a quel punto vedi che qualcosa non va, le masse si inturbinano, c'è un riflusso, una donna ti rotola addosso e benedici l'invenzione dell'haik come airbag umano, nella calca li vedi, sono spietati, hanno lo sguardo indurito dalle prove e marciano ormai asserragliati, se almeno portassero un vessillo potresti notarli da lontano, correre ai ripari. Invece no, ti colgono di sorpresa, creano ingorghi inestricabili, improvvisi e mentre esaurisci quel poco che ti rimane di fiato ti vedi fare la fine del topo. Ti passano sui piedi e quando si avvicinano li vedi che hanno paura, che temono di perdere qualcosa. Poi come sono venuti se ne vanno. La foto l'hanno fatta. Casellina sbarrata. Andiamo avanti.
Ti riassesti il vestito, rimetti in piedi il fagotto che ti è rotolato addosso, sposti il bambino recuperi le borse e approfittando della quiete raggiungi l'uscita.
Sulle strade di Fez ho visto negli occhi di alcune turiste il terrore del film che si stavano proiettando. Cosa ti porti dietro quando viaggi? Con che immaginari parti?
Ma la cosa che fa più paura di tutte è lo sporco. Dopo decenni in cui ci hanno munito delle più incredibili armi chimiche per sterminare l'ultimo batterio superstite, complicate strategie militari nella guerra agli acari, dopo che le procedure della NASA sono state adottate a modello per il trattamento dei cibi si sente l'esigenza di fare un'escursione in territorio nemico. Allora si va preparati! Pastiglie per disinfettare l'acqua, amuchina, vari antispasmodici e un decalogo ferreo contro ogni contaminazione. Che poi tutto lo sforzo sta nel prenotare la pensione completa nell'albergo di standard europeo che si va ad occupare. Fine dell'avventura. Possiamo viaggiare con la bolla.
E il problema non è che arrivino qua con dei pregiudizi, ma che tornino a casa senza averli scalfiti.

postato da: Tristanbantam | 12:26 | commenti (8)

mercoledì, 01 settembre 2004

Domenica mattina alle otto esco di casa per andare a Had Draa, al mercato agricolo, nel vicolo sotto casa vedo capannelli di uomini donne ragazzini, silenziosi, tutti che guardano verso l'uscita del vicolo, parlano sottovoce, rallento il passo cercando di capire cosa succede, penso a un funerale, svoltato l'angolo vedo un furgone e penso ad un'ambulanza, poi avvicinandomi vedo che è la polizia. Sarà una retata o qualcosa del genere, però quel silenzio non mi quadra, che i marocchini non facciano scenate durante gli arresti? Poi me ne vado a Draa e dimentico la faccenda, la dimentico mentre viaggio con Bobo nella campagna che si fa sempre più rovente e non sai se è meglio tenere aperti i finestrini o chiuderli che l'aria che ti arriva in faccia taglia il fiato. Passiamo Ounara e le sue colline e alla fine arriviamo al mercato. Parcheggiamo all'ombra, all'entrata posteriore e iniziamo il giro. Bobo mi racconta le cose in un modo che mi riempie sempre di meraviglia e suscita ulteriormente la mia curiosità. Nella prima parte c'è la “rimessa” degli animali: somarelli, muli, cavalli, capre, montoni, dromedari se ne stanno fermi al sole in attesa di un acquirente. I somari hanno tre zampe legate insieme perchè non corrano, ce ne saranno almeno un centinaio, in campagna è il mezzo di trasporto più diffuso. Si passa poi al legname, vendono i pallet smontati, legname di recupero e altro, in fondo allo spiazzo verso le mura di un edificio sono allineate delle credenze prodotte dagli artigiani del posto, tutte uguali, e dello stesso giallo acceso. Più in là arriviamo al mercato dell'argan, dove commerciano il frutto sgusciato da spremere, le bucce per le capre, la pasta che avanza dalla spremitura che viene data alle mucche che ne sono ghiotte.

In un banco vendono tutti contenitori di plastica di recupero, comprese le bottiglie usate, da un altra parte degli artigiani costruiscono con la gomma di copertone cesti e otri per l'acqua. Gran parte della merce sta su delle stuoie appoggiate sullo sterrato polveroso, le tende più o meno malconce riparano talvolta solo il venditore altre anche la mercanzia.

E poi passiamo alle macellerie, ci muoviamo in mezzo ai pezzi di carne appesi, tra il fumo che arriva dalle griglie vicine, i piccoli banchi vendono pochi pezzi ciascuno, qualcuno vende solo trippe altri solo montone, si trova anche la carne di cammello. Bobo mi mostra un pezzo bianco e un po' gelatinoso, la gobba del cammello - mi dice - si mangia come la mammella di mucca (qualcuno di voi conosce la teetet valdostana?).

Sulla destra della zona della carne c'è la zona cottura, mentre a sinistra sotto una grande tenda decine di stuoie accolgono i bevitori di tè alla menta.

E ancora cereali, frutta secca, legumi e poi corde, attrezzi usati, ceste.

Una fila di tende corre lungo un edificio basso, passiamo in mezzo, sulla destra ci sono diverse botteghe di barbiere, nelle tende si svolge la stessa attività a prezzi più modici, le condizioni sono alquanto precarie, ma tutti lavorano. Un taglio standard per i capelli, senza fronzoli: rasatura a zero.

Andiamo poi nella zona delle verdure, compriamo i pomodori per la salsa, in questo periodo troviamo i San Marzano, ma sono a fine stagione. Prendo anche dell'uva per fare il mosto per la cotognata.



Domenica mattina alle otto Manuela esce di casa, nel vicolo parallelo, vede capannelli di uomini donne ragazzini, silenziosi, tutti che guardano verso un fagotto sul pavimento presidiato da un poliziotto, parlano sottovoce, rallenta il passo cercando di capire cosa succede, poi si rivolge al poliziotto - posso passare? - e lui - sì, è morto, non c'è nessun problema. Così Manuela passa, poi viene a sapere che nella notte hanno accoltellato questo tipo. La cosa è probabilmente legata alla colla o all'alcool. La gente poi dice che era uno di fuori!

Per Manuela è una domenica di esplorazione, viaggia in campagna a conoscere la famiglia di un'amica marocchina e al ritorno è ancora luminosa dell'incanto che ha vissuto, i ritmi lenti della casa in un riad che descrive come accogliente e semplice, sembra quasi ammorbidita dalle cure di questa famiglia ed è allo stesso tempo euforica perchè per la prima volta riesce a superare il limite dell'essere europei e non conoscere l'arabo. Una parola araba detta al momento giusto durante una conversazione tra due famigliari le spalanca le porte di questa casa una seconda volta.

Lunedì sera ci troviamo a parlare dopo il lavoro ed io sto ore ad ascoltare la sua voce passare da un'emozione all'altra mentre racconta con la solita energia.





La storia del cadavere si è intanto arricchita di particolari, hanno arrestato un paio di persone, uno di questi era S., un ragazzo del quartiere, suo padre è uscito da poco dal carcere dove ha passato gli ultimi quindici anni. Martedì la polizia è venuta a fare la ricostruzione, se lo sono portati appresso dato che nel frattempo ha confessato. Mi dicono di scene strazianti, la madre per terra piangente, lui abbattuto, distrutto. E mi viene da pensare alle linee sottili di cui è fatto il nostro destino. Amen.

postato da: Tristanbantam | 16:10 | commenti (3)