[Tristan Bantam]
 

martedì, 10 giugno 2008

Ho ancora da qualche parte, ne sono certo, una copia del Diario Minimo che mi regalasti un pomeriggio di primavera, la tua dedica sulle strade che si perdono e si ritrovano, avevo diciottanni e le nostre strade si sarebbero perse e ritrovate più di una volta. Ho vivide nella memoria le ore passate insieme e le case in cui hai vissuto e le persone che ti hanno amato negli anni. Ho impresse nella mente le parole di una sera a Parco Rignon, era di nuovo primavera, mi dicevi di Nuriev e del coraggio folle, del fascino che aveva per te l'idea di vivere fino in fondo senza mediazioni, senza risparmiare fiato per il domani, senza nascondere la propria essenza agli occhi del mondo.
Ho impresso nel cuore il turbamento dei miei diciottanni nell'entrare curioso in questo mondo sconosciuto fatto di uomini che amavano altri uomini. E sebbene fossi attratto dalle donne mi piaceva lasciare aperti mente e cuore alla possibilità. Ma non una volta che vicino a te abbia avvertito il rischio di un passo forzato.
Così rispondevi alle mie domande come nessun adulto aveva mai fatto.
Mi ricordo di te in ruoli così diversi e contraddittori da non poter stare in una vita sola, avevi il gusto della maschera e la sincerità di chi sa portarla senza mentire.
E immagini a milioni di te che cucini, di te che dirigi un gruppo di teatranti, di te che stupisci, dei libri che ti hanno circondato, di te in ogni ebrezza possibile e immaginabile, di te e dell'ironia che non ti abbandonava mai.
A distanza di anni, dopo averti perso ancora, la mia rabbia più grande è quella di non averti ringraziato di tutto questo, dei passi camminati insieme, dei sipari che hai fatto scivolare davanti ai miei occhi, delle parole da fratello maggiore, della tua risata aperta, della tua presenza così ingombrante e leggera.
Mi rendo conto all'improvviso che ho perso un mondo e che un mondo, quello della mia prima giovinezza mi ha perso. Vengo a sapere della tua malattia e della tua morte da un amico londinese, troppo tardi anche solo per conciliarmi con l'idea che questo sia potuto avvenire.
Dove sei Walter? Dove siete tutti?

 

postato da: Tristanbantam | 18:22 | commenti (5)

martedì, 22 aprile 2008

Le volte che sto in silenzio...

crudo di ricciola

postato da: Tristanbantam | 21:23 | commenti (3)

venerdì, 14 marzo 2008

Non ci sta tutto davvero non è possibile mi viene in mente quel film di Lelouch una vita non basta... certo ha fatto di meglio anche lui ma il titolo quello mi è sempre piaciuto non ci stanno insieme le giornate dedicate al lavoro all'amore alla poesia non ci stanno tutte le attenzioni che alla fine diventano disattenzioni non ci sta una sigaretta ancora o un altro bicchiere e si finisce per trascurare i dettagli quando i dettagli sono importanti ma non ci stanno i dettagli e l'insieme nello stesso tempo e nello stesso spazio è inutile che ci provi che è come la gestalt puoi vederne un aspetto alla volta non di più e così lo devi accettare o questo o quello non è mica una cazzata il tempo che scorre e la storia del fiume e le menate di Bergson anche se alle volte vorrei... sì vorrei trovare quel modo di accedere alle cose di esserci ma sono pochi istanti forse giusto il passaggio tra un istante ed un altro quando proprio ti sembra di esserci e di essere in ogni cosa come quando ti innamori e la luce esce dalle cose invece di illuminarle e ti senti migliore e si svelano sentieri che avevi dimenticato per arrivare fino a lì... e lì è un posto senza tempo è un tempo senza spazio qualcosa che a mente lucida ti farebbe schizzare il cervello ma invece no ci sei vivo forte e non c'è un pensiero non c'è giorno né notte né fiumi per filosofi né case abbandonate o future né cieli necessari è così che vanno le cose

e stanotte mi fermo ancora a non pensare a te solo si impigliano nella memoria i dettagli uno sguardo che mi cerca la tua mano che prende la sigaretta dalla mia mentre la neve continua a cadere la tua bellezza che mi invade qualcosa che non voglio possedere questo qualcosa che ha un domani lontano dal mio che non ha forma nè tempo che passa e rimane nell'indisturbata indifferenza qualcosa davanti a cui mi raccolgo in silenzio e che certo nemmeno tu potresti dire... lo sai per me rimane il mistero delle cose impossibili di come possa un attimo dilatarsi sino ad occupare intere giornate di come ancora a distanza di settimane il tremore della tua mano si trasmetta alla mia mentre mi sveli incerta una parte del tuo cuore e ancora i tuoi occhi il modo in cui brillano e quel sorriso che affiora come da profondità remote e mi avvolge e mi stringe e mi fa sussultare inaspettato sì inaspettato e ancora più misterioso di ogni altra cosa e forse un giorno il ricordo di te avrà la forma di questo sorriso l'ironia leggera dei tuoi vent'anni che si affaccia al di là di ogni scelta come una risata

e ora penso a cosa sia la libertà e come sia difficile raggiungerla vivendo attraverso i sensi attraverso i giorni calandosi nella quotidianità contrariando questo desiderio di immensità e insieme negandosi la possibilità di lasciarsi travolgere mi viene in mente un momento e una frase il sentiero del tao è la scia che la nave lascia dietro di sè ecco non credo ci sia altro non esiste sentiero futuro tracciato la rotta sta solo nel segno che segue le nostre vite e quel poco quel niente è qualcosa di pressochè infinito e forse non c'è nessuna altra ragione nel vivere che afferrare il momento saper essere nè un passo avanti nè un passo indietro rispetto a sè stessi

postato da: Tristanbantam | 15:13 | commenti (4)

mercoledì, 05 marzo 2008

Le macchine stridenti
dilaniano i pezzenti
e pallide e piangenti
stan le spose ognor

restano i campi incolti
e i minator sepolti
e gli operai travolti
da omicidio ognor

 

 

 

Ma sì, son storie d'altri tempi...

postato da: Tristanbantam | 20:48 | commenti (3)

mercoledì, 06 febbraio 2008

 

 Guaranteed

On bended knee is no way to be free
Lifting up an empty cup, I ask silently
All my destinations will accept the one that's me
So I can breathe...

Circles they grow and they swallow people whole
Half their lives they say goodnight to wives they'll never know
A mind full of questions, and a teacher in my soul
And so it goes...

Don't come closer or I'll have to go
Holding me like gravity are places that pull
If ever there was someone to keep me at home
It would be you...

Everyone I come across, in cages they bought
They think of me and my wandering, but I'm never what they thought
I've got my indignation, but I'm pure in all my thoughts
I'm alive...

Wind in my hair, I feel part of everywhere
Underneath my being is a road that disappeared
Late at night I hear the trees, they're singing with the dead
Overhead...

Leave it to me as I find a way to be
Consider me a satellite, forever orbiting
I knew all the rules, but the rules did not know me
Guaranteed

postato da: Tristanbantam | 22:51 | commenti (10)

venerdì, 25 gennaio 2008

- When you will be forty-four, after three months and twenty days... remember chef.
Così mi dice Jitu una sera, mi ha preso la mano per un attimo, a cercare conferma delle sue parole nelle linee del mio palmo.
Stiamo bevendo, si va a Genepy, dopo una giornata di lavoro. Siamo insieme agli altri, ma improvvisamente succede qualcosa, fuori è luna piena, ma anche dentro, siamo lui ed io presi fuori dal tempo e dallo spazio. Ho tutte le porte aperte, parliamo in inglese, ma intanto avverto i discorsi degli altri, quello che dicono quello che non dicono e i rumori distanti e la sensazione precisa di quei rari momenti che riconosco come al di là dei giochi della memoria.
Jitu è di Kerala, India del Sud, laureato in scienze politiche, chef di cucina, parla un inglese fluente non sempre corretto e va bene così che anche il mio zoppica mica male.
Nonostante io cerchi di evitare che accada, nonostante in questo periodo io sia molto scarico e nervoso, nonostante per la prima volta in vita mia abbia licenziato un dipendente e l'abbia fatto da incazzato come la peggiore tradizione delle cucine richiede, ecco, nonostante tutto questo Jitu ha sviluppato una stima nei miei confronti che mi mette in imbarazzo. Perchè di certo l'unica cosa che mette lui nel ruolo del tuttofare dell'albergo e me in quello di chef è il luogo di nascita. Ancora caste, anche se diverse.
Così cerco come posso di non scivolare in quelle dinamiche odiose che l'incontro tra diverse condizioni sociali ed economiche si porta dietro. Il fottuto mito del buon selvaggio, lo so, sta sempre in agguato nelle nostre testoline. Ci vuole tempo, sempre, per superare i pregiudizi. Positivi o negativi che siano. E forse ci riesco.
Jitu è Jitu. E io sono io. Vaffanculo. Nessun indiano sradicato, nessun piemontese inquieto. Due tipi che combinazione si capiscono, parlando di Upanishad, di socialismo, di cibo in una lingua straniera ad entrambi.
- Chef, you must to come to India.
- Maybe Jitu, one day.
Me lo dice ogni volta che qualcosa di ciò che dico, di quello che faccio, lo colpisce in modo particolare.
E forse ci andrò in India, per davvero.
Ci sono pezzi di mondo che ho viaggiato con la mente e stanno lì in attesa di essere viaggiati col cuore.
E Jitu vede il mio cuore senza che io gliene parli e mi dice cose così precise da farmi impallidire.

Riesco ad aprirgli un varco in cucina, è importante per tutti noi, e così di colpo l'aria si satura del profumo di spezie, il cardamomo, il coriandolo, la curcuma, le foglie di curry, le pentole si riempiono di cibi colorati, i sapori arrivano ai nostri palati come delle stilettate precise da un altro mondo, è la lingua di Jitu questa, il sole di Kerala, una memoria di Oceano. La comunicazione diventa sempre più frenetica e vivace, devo capire dobbiamo capire. Cuciniamo sotto le sue direttive per molte ore, ho fatto di tutto per trovare gli ingredienti di cui aveva bisogno perchè non gli mancassero le parole. Alla fine quando è quasi tutto pronto gli chiedo se è riuscito ad ottenere il risultato che voleva.
La conosco bene la tensione che ti prende quando attraverso il cibo vuoi dire qualcosa di te, della tua terra lontana. Ti avvicini, ti avvicini ma non arrivi mai dove vorresti.
Ci mette un attimo poi capisce la domanda, non è una domanda facile. Yes, yes I understand, it's not perfect but it's real indian cooking. It's ok. Ci sorridiamo. E' andata.

Samosa with mint chutney, fried prawns and garlic sauce

Seer fish steamed in banana leaves with stewed vegetables

Masala Chicken with basmati rice, masala eggplant, dahl and indian bread

Banana frittes with carrots halua and honey

Non c'è niente come il cibo che sia legato alle nostre identità, nel cibo stanno i nostri ricordi d'infanzia, le nostre scelte religiose o etiche, la nostra appartenza sociale, il nostro atteggiamento davanti alla vita. In cucina tutto ciò assume una dimensione sempre più concreta. Noi che lo facciamo per professione viviamo gran parte delle nostre vite a contatto con questi aspetti. Il cibo per noi è una metafora concreta. Che a dirlo pare un ossimoro ma non mi viene termine migliore. Il cibo sta per qualcos'altro ma insieme sta per sé stesso, per ciò che è materialmente. Ed è impossibile scindere i due livelli. Avvicinarsi alla cucina senza tenere conto di quest'unità indissolubile è dannoso per sé e per gli altri. Si ritorna all'alchimia, non c'è ricerca senza Opera, non c'è Opera che sia solo materiale.

Così passano gli anni e tra le padelle che sfrigolano ci si trova trasmutati, grumi di energia, giorno dopo giorno che si fanno consistenti.

 

postato da: Tristanbantam | 16:09 | commenti (5)

mercoledì, 16 gennaio 2008

Cose che non cambiano

Ho sedici anni, è inverno. Fuori é neve silenzio notte. La stanza piena di fumo. Scrivo. Poesie banali. Di giorno cucino. Di notte scrivo poesie banali e fumo sigarette. Un po' sogno, un po' ricordo. La notte rubo un pezzo di vita a me stesso. Me lo regalerò più avanti nel tempo.

Ho trentacinque anni e fuori è neve silenzio notte e montagna d'inverno appena diversa da allora. Scrivo poesie banali. Sogno o ricordo, qui le cose si fanno confuse. C'è sempre una ragazza e un'inquietudine e questo si sa. Ancora rubo sonno, rubo tempo al sonno e vita. Da qualche parte ad est sento l'alba scivolarmi addosso. Ancora cucino e scrivo poesie banali la notte.

Ho sogni ancora. Sono fatti di lontananza e di futuro incerto. Sono sogni che hanno il gusto della possibiltà e dell'altrove, del non ora non qui. E sono ricordi. Con la stessa natura, di mondi sfiorati, colti con mano incerta e custoditi dalle parti del cuore.

Ci sono gesti a cui mi aggrappo mentre scivolo nel sonno. Ciò che in veglia li ha resi evanescenti ora me li restituisce densi di significato. Col tempo ho imparato gli scherzi che insieme sanno ordire la notte e la memoria.

C'è sempre un tratto di strada percorso insieme, un'istante in cui nella distanza una mano sfiora un'altra mano e poco importa quuello che si sa.

Poi arriva la notte, le poesie banali. E una stanza piena di fumo.

postato da: Tristanbantam | 02:21 | commenti (5)

domenica, 23 dicembre 2007

Aperitivo con amusebouche

Carpaccio di gamberi rossi, spuma di cannellini, granita al rosmarino

Ciambelline ai cardi con tuorlo d'uovo cremoso in panure alle erbe
su fonduta valdostana, verdure croccanti

Ravioli di grano saraceno al boudin e porri dolci su crema di patata

Risotto alle erbe profumate e limone

Filetto di cervo in crosta di semi di papavero e miglio,
salsa al vino rosso e purée di carote alle mandorle

Tortino morbido al cioccolato e caffé in cialda croccante
con gelato al tabacco e spuma di latte

postato da: Tristanbantam | 23:40 | commenti (8)

domenica, 09 dicembre 2007

La cicatrice sta sulla guancia sinistra. E' una linea irregolare e leggermente gonfia che non toglie nulla alla bellezza di Malika.
Se ne sta lì, la cicatrice, come a sottolineare il suo sguardo pieno di orgoglio e di vitalità.
Malika è bella mentre slega la stoffa che tiene la bimba appesa alla sua schiena.
Fatima mi dice sempre che è pazza, ma a me non sembra pazza per niente. Me lo dice in un modo tenero, ogni volta. Elle est fou. Un mezzo sorriso di pena a sottolineare che vuole bene a sua sorella anche se è pazza.
Malika ha il senso della giustizia immediata. Come quella volta che una donna del suo villaggio, una ruffiana, ha tentato di prostituirla.
La stronza era andata a casa sua approfittando dell'assenza della madre. Aveva già i soldi in mano. Supponeva di trovarla sola e vulnerabile nei suoi diciott'anni. Si è dovuta ricredere.
Quando ha capito di cosa si trattava la ragazza le è volata addosso, le ha strappato i vestiti e infine, dopo averla denudata l'ha cacciata fuori.
Chouma. Mi diceva Fatima. Malika est fou.
A me non sembrava. C'era qualcosa di splendente in quel gesto. Non aveva messo a nudo solo quella donna laida. Ai miei occhi il suo gesto aveva una bellezza rivoluzionaria. Il Marocco è un paese che assomiglia troppo al nostro passato per non riconoscervi l'ipocrisia. Chouma. Vergogna, scandalo. E' una parola che si sente di continuo. Indica un cattivo comportamento in pubblico. In privato è diverso... Chouma per le donne che non si sottomettono a una logica machista. Chouma per le donne che si difendono.
Malika non ha tempo, è impulsiva come una tigre, precisa nella sua rabbia esplosiva.
E così che quel giorno ha messo a nudo una donna per svelare quello che tutti sapevano. Che certe cose si sanno sempre, ma si fa finta di non vederle.
Fatima mi racconta le storie della sua famiglia, a volte per sfogarsi, a volte per farmi capire quali problemi le capita di affrontare. Io la ascolto, a volte affascinato, altre turbato.
Malika si è sposata un paio di anni fa, con un uomo che si è scelta. E' nata una bimba splendida. Quando ride il suo nasino segna quattro linee nette vicino agli occhi scuri e alla bocca. Ma le cose non sono andate per il verso giusto. E litigio dopo litigio una notte la faccenda è degenerata.
Malika ora porta il segno di una bottiglia rotta passata sul suo viso. L'uomo è in carcere. Lei ha chiesto il divorzio. E' tornata a vivere dalla madre e si occupano della bimba.
Con la bimba ho giocato un pomeriggio dopo aver superato la sua diffidenza iniziale. E ovviamente mi ha conquistato. La vedrò crescere negli anni perché un filo mi lega ad Essaouira e a Fatima. E forse quel suo sorriso buffo di bambina racconterà una storia diversa da quella che sto raccontando oggi... Inschallah

postato da: Tristanbantam | 18:22 | commenti (10)

mercoledì, 10 ottobre 2007

Oggi mentre preparavo i ravioli pensavo a come la mia vita ultimamente assomigli a quei film francesi senza colonna sonora, con pochi dialoghi e la sensazione di qualcosa di incombente. In sottofondo solo rumore bianco. In superficie gesti che si ripetono. La stessa strada, gli animali morti ogni mattina, uccisi dalle macchine nella notte. Poi un caffè due caffé tre caffé quattro caffé e intanto le mani che spelano tagliano disossano impastano plasmano e il caldo il caldo il caldo...

Nel pomeriggio leggo Izzo e sogno il mare, e un caldo diverso da quello di una cucina.

 

 

postato da: Tristanbantam | 23:02 | commenti (10)

domenica, 30 settembre 2007

 

E' quasi arrivata l'ora di tornare, il ficus sarà ancora lì, chiuso tra le mura della medina.
Ci si arriva da un piccolo passaggio quasi invisibile.
Ed ogni volta è una sorpresa ritrovarsi, camminargli intorno e ricordare i giorni in cui mi hai insegnato la strada per raggiungerlo.

postato da: Tristanbantam | 22:26 | commenti (6)

martedì, 25 settembre 2007

Poi viene il silenzio. Che anche di questo sono fatte le parole. Di ammutolimento.

Che si ha bisogno di ascoltare e guardare e pensare lasciando che la terra faccia un altro giro che il vino maturi, che tutto passi senza che l'aver detto o meno, senza che l'aver taciuto o l'aver parlato cambi qualcosa.

Ci sono stagioni che le parole si ritirano. Come animali del deserto s'acquattano sotto una pietra ad aspettare la pioggia che verrà, se verrà. Se ne stanno lì, non sono scomparse né perdute, solo vivono d'ombra mentre tutto attorno è luce. Ci sono giorni che durano anni e cominciano per caso senza una ragione precisa, senza una data di scadenza. Ci sono parole che segnano le nostre vite e vanno e vengono come nuvole, come gli amici, come i ricordi, che a seguirle ti portano in strada e ti fanno puntare il naso verso il cielo perchè loro prima di te hanno avvertito l'odore della pioggia.

Dov'ero? Ero qui. Non mi son mosso. Avevo le mani sempre sporche di farina, più del solito, e pensieri sempre più semplici, e difficoltà a dire, anche solo di tanto in tanto quei pensieri semplici. Ero qui, così vicino da potermi sfiorare, tra le colline, nelle fioriture dell'acacia prima, nell'uva da raccogliere adesso, che farà vino buono. Ero qui, eppure sì, hai ragione, ero così distante da essere invisibile persino a me stesso. E avrei cose da raccontare, ma mi basta essere qui ed essere intero.

Sai, non mi sono più fermato. E' così che mi prendono le cose, come una fottuta febbre. E da un anno a questa parte sono almeno sessanta ore di lavoro ogni settimana. Senza soste. A cucinare sempre meglio, ad esplorare le tavole di quelli che cucinano meglio, a riflettere su cibo e comunicazione, a rimettere ancora una volta in discussione tutto quello che so, a studiare procedimenti e ricette, ad assorbire ed elaborare, a sognare anche, sì, soprattutto a sognare.

E il sogno in fondo è quello di un cuoco, che tutto questo silenzio, che tutta questa fatica, si traducano un giorno nell'espressione di stupore, nell'emozione muta di chi in un suo piatto ha ritrovato qualcosa di più delle parole che parevano perdute.

postato da: Tristanbantam | 23:46 | commenti (6)

martedì, 24 ottobre 2006

A Laayoune di colpo capisco di essere arrivato da qualche parte. Una città nel Sahara Occidentale, senza niente di particolare da offrire che non sia il segno per me della distanza. Un'isola nel niente per centinaia di chilometri a sud e a nord. Un'isola a forma di città, popolata di funzionari Onu che girano su imponenti macchine bianche. Una lontananza in cui arrivare a sognare un sogno. Un sogno vero che quando ti svegli sai che qualcosa ancora una volta è cambiato.

postato da: Tristanbantam | 22:26 | commenti (27)

mercoledì, 04 ottobre 2006

In alto a sinistra

Il primo libro di Erri De Luca che lessi anni fa fu proprio In alto a sinistra, il titolo indicava il principio della scrittura nella nostra tradizione, il punto in cui il nostro sguardo inizia il viaggio fra le lettere, l'incanto della parola che nelle sue pagine assume una consistenza che ti induce a rallentare, a non trascurare nulla, a riflettere e meditare sul senso.
E così abbiamo sempre fatto, siamo sempre partiti in alto a sinistra, anche quando la lettura è passata dalla pagina cartacea a quella elettronica. Anche quando partire dall'alto, significava, come nel caso dei blog iniziare dalla fine. E qui ognuno scrive come preferisce, decidendo di tenere o meno conto di questo, trasformando il blog in una versione pubblica del diario, rendendo pubblici racconti, storie in sequenza, utilizzando oppure no tutte le opportunità comunicative del mezzo.
Per me il blog è sempre stato, dal punto di vista della scrittura, la mensola su cui appoggiare le pagine già scritte, le lettere non spedite, i frammenti di un lavoro non terminato che vivessero di vita propria. E i fogli stanno un po' alla rinfusa. Ci sono dei fili che legano una pagina all'altra, delle unità spazio-temporali, degli agglomerati di senso.
Qualche mese fa quando ho letto l'annuncio del premio letterario di
Scrittomisto, ho pensato che era arrivato il momento di dare ordine ad una parte di ciò che avevo fatto. E così ho rimesso le parole in fila, dall'alto verso il basso. Con la speranza ovviamente, che quello che ho scritto possa piacere, con la speranza che qualcuno possa leggere partendo da in alto a sinistra. Anche se buona parte del libro che ho inviato si trova su questo blog, il blog e il libro restano due cose differenti. E non tanto per i capitoli che ho aggiunto o per quelli che ho tagliato, per la diversa posizione di alcuni testi che non seguono esattamente l'ordine originario. Piuttosto è il cerchio tracciato intorno alle parole, il fatto di consegnarle ad un'unità che fa la differenza.
Il titolo è arrivato alla fine ed è stato lo scoglio maggiore da superare. Dopo molti dubbi e alcune discussioni ho scelto L'odore della vita. Le ragioni sono di natura strettamente onirica. Il sogno non è mio, ma mi riguarda da vicino. Così dopo averci pensato, dopo aver riletto il testo ormai completato ho pensato che poteva funzionare. Perchè nel libro ci sono molti odori e non sempre sono profumi. Nelle pagine che raccontano il mio anno in Marocco ho cercato di spostare l'attenzione sui sensi che abitualmente trascuriamo a vantaggio della vista, l'olfatto innanzitutto. E l'olfatto viene prima della vista ed è indissociabile dal gusto. Perchè quello che chiamiamo gusto è in realtà l'insieme delle percezioni gustative ed olfattive. La parola odore poi ha una valenza semantica più vasta del profumo, non denota qualcosa di necessariamente piacevole.
Inoltre volevo un titolo che non desse chiavi di lettura esotiche a quanto avevo scritto, così ho scartato tutto quanto fosse denotazione geografica o pura evocazione. Il Marocco è per me che ora ne sono distante un odore innanzitutto, l'odore di un passaggio, di una crescita, di un ritorno alla vita. Nel libro, mi sono reso conto, c'è solo una piccola parte di quanto ho vissuto e dopo averlo terminato ho pensato che se dovessi scriverlo oggi sarebbe un libro diverso, ma anche a questo servono i premi letterari. A mettere la parola fine. Ad aiutarci a tracciare cerchi intorno alle parole.
Ora non so quale sarà il destino di questo grumo di pagine, lo affido alla corrente e alla benevolenza di chi vorrà esprimere un giudizio sul sito del concorso.
Resta in ogni caso il piacere di concludere un'esperienza, di darle una forma. E insieme un senso di gratitudine per le persone che tramite la rete o di persona mi sono state vicine in questi anni e in un modo o in un altro sono state destinatarie di quanto ho scritto.

postato da: Tristanbantam | 16:34 | commenti (15)

mercoledì, 27 settembre 2006

Mi è passato accanto con cautela. Era forse la prima volta per entrambi. Trovarsi a così breve distanza. La sua paura controllata, la mia emozione trattenuta. L'ho fotografato lentamente, nell'ultima foto si volta a guardarmi. Prima di partire in corsa, leggero come una piuma.
C'era silenzio oggi, sulle montagne del Gran Paradiso, solo i fischi delle marmotte ad annunciare il nostro passaggio.

postato da: Tristanbantam | 22:21 | commenti (8)