[Tristan Bantam]
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venerdì, 04 giugno 2004

Istruzioni

Si prendano mani in giusta quantità

si appoggino su visi su seni

su gambe su membri

si umidifichi di parole

il grembo, si imprima la

pelle di segni, che poi

li scancelli una risacca di orgasmi.

Si scavino volti e gli si dia

espressione di terra,

di seme, di increspatura

che sia azione e memoria

e futura speranza.

E siano roghi d'anima alle sere

spente di vino e di danze

e sudate d'ansia d'ottenere un ultimo

sorso amaro di vita.

Si cammini infine il passo della folla,

senza sosta feroce,

nudi e tatuati in un'alba di deportazione

senza sapere da dove

ignari di ogni destinazione.

postato da: Tristanbantam | 14:47 | commenti

A Mogador nella notte

i muli battono il selciato

e scandiscono la veglia

e si infilano in passaggi

che ancora non so.

A Mogador nella notte

spento il vocìo e il battito

resta rauco l'Oceano

oltre le mura:

si attende

il primo grido

del muezzin.

A Mogador nella notte

gli alisei riposano

mentre

i djinn si svegliano

dispettosi

e corrono dall'Est

per gettarsi all'alba

nelle acque.

postato da: Tristanbantam | 23:37 | commenti (1)

sabato, 05 giugno 2004

Marriage

Ho dovuto creare una cantina. Fino a qualche mese fa era tutto molto semplice.

Una cassa di buon vino, a volte due. Era la routine mensile.

Avevo i mesi di Dolcetto, quelli di Bonarda, poteva capitare una primavera di Chianti o un inverno di novello in memoria dell’estate. Il vino scandiva tempo, stagioni, passaggi. In una angolo della dispensa al buio dormivano una decina di bottiglie diverse, i Barolo, i Brunello di Montalcino.

A tratti nella mia vita faceva irruzione un Sylvaner, un Arneis, mi ricordo un Picolit travolgente.

Poi è arrivata Francesca. Il mio piccolo sistema solare s’è d’un tratto ingigantito. La complessità ha travolto tutto.

E’ stato il nostro primo bacio a farmi crollare, ero in fase Cabernet del Piave.

La luce invece di posarsi sui bicchieri e filtrare nel rubino si era annidata tra i capelli di Francesca, il contatto delle sue labbra mi fece trasalire per l’errore madornale che avevo commesso. Imprevidente! Ero stato imprevidente!

Nonostante il Cabernet intuivo il profumo di fiori sulla sua bocca, quando le nostre lingue si sfiorarono mi vidi su una creuza immerso nella macchia mediterranea, la resina nell’aria e poi con una sferzata di brezza salina mi sentii invaso dalla luce e dal mare. Inetto! Cosa c’entrava il Cabernet?

Aprii gli occhi e fui invaso dal senso di colpa per aver mortificato la bellezza di quell’istante con un abbinamento scorretto. La strinsi con dolcezza per non lasciarle intuire i miei pensieri e per distrarla dalla gaffe. Quella sera non andammo oltre. Lei lesse il mio gesto come galanteria.

Al momento di lasciarci scambiammo un bacio furtivo, con occhi da innamorati. Per poco non persi i sensi nello scoprire una nota di liquirizia e sandalo sulle sue labbra, assente al momento del nostro primo bacio.

Quella notte quasi non dormii. Passai in rassegna tabelle di abbinamenti, ristudiai il triangolo di Vedel, mi impressi nella mente il diagramma di Méglise, disegnai grafici, lessi recensioni di vini, infine, attendendo l’alba e l’apertura dell’enoteca, crollai estenuato.

Trascorsi la giornata seguente a fare acquisti, due ore nell’enoteca in paese, poi ,non soddisfatto, scesi in città.

Nel pomeriggio avevo acquistato ottantasette bottiglie, un frigo cantina per ottenere le giuste temperature, sei set di bicchieri da degustazione. Arrivato a casa preparai ogni cosa per l’arrivo di Francesca.

Eccola! Un abbraccio e un bacio leggero sulle labbra. Salirò sulla palma, coglierò i grappoli di datteri, mi siano i tuoi seni come grappoli d’uva e il profumo del tuo respiro come pomi. Sentore di cumino, sapore dolce, delicatamente succulenta.

Eccolo! Prosecco di Valdobbiadene. La luce questa volta si distribuì tra il perlage che correva lungo il cristallo e il viso di Francesca, allora ci baciammo più intensamente. Assaggiai di lei ogni centimetro di pelle. Nei miei pensieri passarono gli abbinamenti più arditi.

Ora alle volte mi domando se i vini del mondo saranno sufficienti per i profumi, i sapori, i colori di Francesca.

postato da: Tristanbantam | 01:08 | commenti (1)

 

 

What am I doing here?

Il negro mi agita il coltello davanti alla faccia, vuole i miei soldi, ha lo sguardo rabbioso e mi parla in un misto di italiano e francese. Qualche secondo fa stavo recuperando i miei bagagli nella stanza d’albergo, si è infilato dietro di me e ora mi impedisce di uscire. Gli altri sono in strada. L’adrenalina mi sta trasformando in una bestia. Ho i sensi amplificati a mille e il cervello teso a leggere il linguaggio del corpo. Il tipo ha paura. A un certo punto entra nella stanza la donna delle pulizie, una vecchia rattrappita che fa finta di niente. Cazzo. In che merda di posto mi sono cacciato? Ho notato che il bastardo faceva riscivolare il coltello nella manica quando è passata la vecchia. Continuo a discutere e a reagire alle sue minacce. Quando il suo pugno parte il peso dello zaino rende veloce il mio spostamento indietro e finisco su un divano. Lui mi si avventa addosso per cercare i soldi. E’ agitato e non si accorge di avere i coglioni a portata del mio ginocchio. Ma ha sempre un coltello. Meglio stare calmi. Ora la vecchia ritorna e decide di intervenire. Chiama Ahmed. Non so chi sia questo Ahmed, ma il nero si incazza con la vecchia e io ne approfitto per uscire.

Raggiungo gli altri, il tipo scende in strada e mentre se ne va ci urla le minacce più svariate.

postato da: Tristanbantam | 13:39 | commenti (2)

domenica, 06 giugno 2004

La discesa

No defeat is made up entirely of defeat – since

The world it opens is always a place

formerly

unsuspected. A

world lost,

a world unsuspected,

beckons to new places

and no whiteness (lost) is so white as the memory

of whiteness .

Da giorni medito su questa poesia di Williams, ci ritorno infinite volte, rileggo questi versi e li trovo ogni giorno più profondi e inafferrabili. Anche gli spazi vuoti mi dicono qualcosa. Il vuoto tra la parola whiteness e il punto che chiude la frase è quasi l’espressione del candore.

La discesa, come quella delle anime nel mito platonico, i due cavalli che trainano il carro in due direzioni opposte, l’Iperurano delle Idee, il mondo delle apparenze. The descent beckons as the ascent beckoned. Scendo giorno dopo giorno nel mio corpo, nella vita, nell’esperienza.

“Nessuna sconfitta è fatta interamente di sconfitta perché il mondo che apre è un luogo sempre precedentemente insospettato”. Così le sconfitte che ho vissuto negli ultimi mesi aprono un mondo troppo grande per piegarsi a strutture e categorie.

E questa è anche una risposta al commento di Ebbradivita. E’ la vita che ci spiazza.

La discesa

fatta di disperazioni

e senza complimenti

attua un nuovo risveglio

che è il rovescio

della disperazione.

E si prosegue nelle contraddizioni della vita.

I brani in corsivo sono tratti da The descent di W.C. Williams.

 



postato da: Tristanbantam | 02:07 | commenti (2)

mercoledì, 09 giugno 2004

 

 


 

III.

ISTRUZIONI PER L'USO PRATICO DELLA
SIGNORINA RICHMOND di Nanni Balestrini


 


Nettatela squamatela infilatele nel ventre
le erbe odorose fissatela allo spiedo
con un sottile filo metallico o con uno spago
umido grigliatela alla carbonella accesa

cospargetela con rosmarino e alloro
lasciatela riposare per un'ora così che
tutti gli aromi la penetrino poi scuoiatela
e pulitela tagliatela in grossi pezzi

infilzatela ben unta d'olio sullo spiedo
e praticatele qualche taglio sulla pelle
perché non abbia a screpolarsi fatela cuocere
a fuoco moderato spruzzandola di sale

tagliatela a dadini potatela a bollore
mescolando senza interruzione cuocetela
a fuoco scoprto molto dolce per 20 minuti
colatela attraverso un setaccio sottile

 

Il seguito lo trovate qui se vi interessa: http://www.nannibalestrini.it/ballata/ballata3.htm . Un po' di sano cannibalismo.
























postato da: Tristanbantam | 20:34 | commenti (3)

giovedì, 10 giugno 2004

 

Barbara

 

 

La prima Barbara che avevo sette anni, lei era una meteora che guardavo come fosse una stella e ci esprimevo desideri, la incrociavo di tanto in tanto, giocando con le sue cugine. Si giocava a calcio, allora come adesso, tra bambini, moltissimo, e in un paese di diecimila abitanti, la superfice in chilometri quadrati non la ricordo, lei era l'unica femmina con ali ai piedi regina di dribbling e giardini e campetti. Allora, a quell'età infame, le distinzioni erano nette, che si era maschi o femmine senza deroghe all'identità, e se si era maschi si doveva saper di calcio e tirare al pallone, far giochi violenti e le femmine solo farsi dare i baci tirarle le trecce e alzarle le gonne. E dunque, ne vedevo, di lei, la libertà d'esser maschio e confondere le acque, per rotolarsi nel fango, chiamare la palla con voce roca, imprendibile guizzante ignara della mia esistenza.

La seconda Barbara poco più in là nel tempo la temevo, che indossava abiti spregiudicati e trucco, da donna, anche se avevamo dieci anni, ma le cose andavano veloci per lei e ci si è sfiorati/scontrati, che aveva uno spirito da leone per fare le sue battaglie e finire in gabbia. Per me, il ciccione con gli occhiali, poche parole di disprezzo che ancora oggi mi fanno soffrire. Ma mi era conforto intuirne il vuoto di fronte al mio disagio.

La terza Barbara, erano passati sette anni e avevo dimenticato la seconda, capelli corvini e crespi la notai per le calze a grandi strisce bianche e nere che le fasciavano le gambe belle e un movimento del corpo, Dio, che mi diceva della bellezza del mondo più di quanto sapessi esprimere. E fu girarsi intorno con giochi di dolore. Aveva un naso stupendo, prominente, che a dirlo sembra strano e ne segnava la voce di una nota particolare incrinata dall'ironia. Ci si scriveva, erano lettere false e vere che a quell'età le donne dividono bellezza interiore ed esteriore, e alla seconda si dedicano più volentieri. La pelle nel frattempo mi si era attaccata alle ossa, bruciavo sigarette e leggevo. Leggevo in un modo che non so più fare.

La quarta Barbara è un soffio primaverile, profumo da ricordare. E' una primavera e basta, di sete d'amore e desiderio di confortare di avvolgere come una rosa in una mano per poi aspirarne fino in fondo il ricordo che sfugge.

La quinta Barbara è l'imbarazzo del giorno dopo, è l'indifferenza di cui non mi sapevo capace che mi invade di pena, per me, per lei che cerca e offre tenerezza. E' anche il mistero della percezione che varia con la luce del giorno e della sera, con il tempo che inghiotte ciò che siamo stati soltanto un istante prima.

La sesta Barbara, eh, la sesta Barbara, ha occhi che mi scrutano l'anima e una dolcezza che non merito, verdi gli occhi, e una pelle liscia da impazzire. Cammina i passi sicuri della bellezza interiore, lei, con una voglia di vivere, una voglia di godere del mondo che io son piccola cosa eppure mi raccoglie. Sono quegli anni lì quelli del gioco intellettuale, di valore scarso rispetto alla vita che arriva a maree, perché si frequentava l'università, ma poco e male, più e meglio si vivevano i bar e le alcove. Ed é un tempo che passa in fretta, troppo, e lascia un vuoto di affetti e di pensiero. L'avrei amata, l'amerei. Di più, continuo ad amarla. E sono gesti come una chiacchiera, una coccola, una torta cucinata apposta per me come rose a coprirmi l'anima sgualcita di dolore e confusione. Ed è il senso di non poter essere nella vita che traditore o tradito.

La settima Barbara ha pensieri vasti come il cielo e gambe lunghe per camminare il mondo, ovunque per registrarne splendori e ingiustizia. E si nutre di giorni ineguali che a me restano misteriosi e sognati, di lotte condotte con passione, e vive di paesi disabitati e di città con identico entusiasmo. La settima Barbara ha dolcezza e furore, e lo splendore delle stelle nel deserto, quando ci si racconta storie attorno al fuoco per difendersi dall'immensità.

postato da: Tristanbantam | 00:25 | commenti (6)

Se esiste un valore, questo valore risiede al di fuori del mondo,

 non nei fatti, perché tutto cio che accade è casuale.

l. Wittgenstein

Tractatus 6.41

 

 

Meta-blog

Un blog è un blog

Ceci n’est pas un blog

 

Mentre ci lavoro sopra:

 

  1. L’ultimo post è sempre il primo.
  2. L’ultimo incipit è più importante dei precedenti
  3. Lo status è sempre quello del work in progress.
  4. L’identità è sempre artificiale (anche nella forma diaristica).
  5. Il feed-back blogger lettore è im-mediato.
  6. L’esperienza del blog è evoluzione-metamorfosi della forma conviviale.

 

Tutto cio che ho scritto è falso.

postato da: Tristanbantam | 11:13 | commenti (3)

venerdì, 11 giugno 2004

JONATHAN LIVINGSTONE REVISITED


di Anna Rossetto


 


 


I gabbiani disegnano cerchi nell’aria di mezzogiorno –


sopra il ponte sentono l’odore del cibo


che si rigurgita sfatto nel fiume in secca;


 


Biancore splendente simbolo di purezza


urli gracchiante mentre volteggi elegante


nel cielo grigio la tua fame di sporcizia.


 


 


 


Poche poesie ti entrano immediatamente dentro e restano belle ad ogni rilettura. La Rossetto è fulminea nel definire un pensiero, elegante. I suoi libri sono introvabili. Vi posto questa e non aggiungo altro.

postato da: Tristanbantam | 16:10 | commenti (1)

Lode ad Oshima

(e a Majakovskji)

 

Prima erano le mani serrate intorno al collo, con timore, con desiderio. I pollici sovrapposti a pesare sulla laringe e il sangue fermo nella testa riversa.

Quasi all’inizio era stato come aprire una porta, un universo possibile dove gli altri potevano solo osservare, desiderare, invidiare, un uscio impenetrabile a chi non appartenesse di diritto a quell’universo.

Le mani non erano bastate. Lo strozzamento è un metodo selvaggio, da raptus.

A volte per uccidere è necessario causare traumi alla laringe e alla trachea.

Altre volte basta una pressione sul nervo laringeo per causare un arresto del respiro.

Non asfissia.

Arresto del respiro.

I raffinati strangolano.

Allora era intervenuta la leziosità dell’uccidere e del morire.

Un laccio intorno al collo regala un’asfissia lenta che conduce a regni di luce.

L’elegante supplizio del garrotamento ha donato l’estasi ad eretici ed atei, talvolta la morte altre la follia.

Ai morti ed ai vivi la garrote lasciava il segno.

Una collana impressa in profondità sulla pelle del suppliziato.

Restiamo all’amore, alla morte terreni.

Le emozioni fermano il respiro, l’amore più di tutto. E allora un ponte tra il respiro mancato dell’amore e l’asfissia della morte è una costruzione naturale, quasi necessaria per trascendere se stessi nella totalità del sentimento.

Così si giocava da giovani a farsi svenire. Respiravi profondamente una decina di volte. L’ultimo respiro lo trattenevi volontariamente. Qualcuno ti stringeva al collo con una presa che fermava l’aria e il sangue. Ti lasciava scivolare a terra. I secondi si espandevano in millenni per poi ricomprimersi al ritorno dei sensi. E quando tornavi sapevi di essere tornato da molto lontano. Ci si allenava a trascendere con droghe da poveri. Con carnalità da diciottenni.

postato da: Tristanbantam | 20:12 | commenti (3)

lunedì, 14 giugno 2004

Cerco casa

 

 

“Ho deciso di cambiare casa. Ho deciso che la mia nuova casa avrà ogni mattina un panorama diverso. Voglio un cortile immenso con la Tour Eiffel, l’abbazia  di Westminster, la moschea Hassan II compreso l’Oceano su cui fluttua come un miraggio. Voglio svegliarmi e respirare l’aria salmastra di Marsiglia, boccheggiare d’afa sul piano di Reggio Emilia, sentire i polmoni invasi dall’aria pungente del Gran Paradiso. Voglio  essere a due passi dal Louvre, a una fermata d’autobus da Christiania, a un tiro di schioppo dalla Mole Antonelliana.

Voglio lasciare le porte aperte e non avere campanelli. Non ci voglio la televisione, il salotto per gli ospiti e neanche le librerie. Voglio una casa in cui gli oggetti non si impossessino di me e che sia piena di vento.

Voglio poter vedere ogni sera gli amici che stanno nel mondo, Bologna, Milano, Torino,  Roma, Neuchatel, Parigi, Lisbona, Londra, Barcellona e ancora chissà, magari anche Whindoek.

Ho deciso che non mi basta farmi di metadone virtuale, voglio iniettarmi il mondo e sentirlo arrivare di colpo dritto al cervello.

Voglio un vicino di casa che parli una lingua che non capisco.”

 

In agenzia mi hanno guardato strano. Mi hanno cortesemente risposto che, al momento, niente di simile era in vendita. L’agente sorrideva in uno stato di semi-paresi mentre mi indicava l’uscita.

 

postato da: Tristanbantam | 08:45 | commenti (5)

giovedì, 17 giugno 2004

Marina

Riflessi dal mare, d'Algeri

alle porte di Marsiglia,

ieri, le vele distese di navi

da corsa, figlia di mari,

di città, di attese di vele

le sere...

rifletto sul mare l'assente

labbro-sguardo, la piega

del capo e aspetto

le vele.

postato da: Tristanbantam | 22:06 | commenti (1)

venerdì, 18 giugno 2004

Umori

Favo di miele

stillando strade

morbide di buio

asseti i miei giorni

assorbi i miei umori

ti fai di luce per me

e di tempo

stella che ho smarrito.

Poi mi bagni di mistero

e della stessa vischiosa

sostanza dei sogni.

postato da: Tristanbantam | 17:48 | commenti (1)

domenica, 20 giugno 2004

Il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca

postato da: Tristanbantam | 10:39 | commenti (4)

lunedì, 21 giugno 2004

L’impiegato comunale O.

La pancia sembrava un corpo estraneo, qualcosa di appiccicato lì, un bozzolo prominente e rotondo, teso come la pelle di un tamburo. Saliva lentamente le scale che portavano al bar, sollevando le gambe ai lati della trippa, con l’alfa in bocca, il basco nero calato di sbieco.
Vedevo lo scuolabus giallo sul piazzale con il freno a mano tirato... forse!
I bambini aspettavano in folle.
Lui invece tirava fuori la sua voce pastosa di alcol e scartavetrata dal fumo e mi ordinava un bicchiere di nero. Il vino da queste parti è il nero. In due sorsate e quattro parole il nostro tempo da spartire si esauriva.

Mi viene difficile cambiarne il nome, perchè a volte la realtà ha maggior gusto letterario della finzione, così rimane O. A me non cambia molto, e voi potete lavorare di fantasia.
L’impiegato comunale O. aveva due mansioni, si occupava dei bambini e dei morti.
La mattina presto girava sulle strade tortuose della valle, dopo un paio di caffè corretti generosamente dalla grappa, recuperando con qualsiasi clima i marmocchi insonnoliti come marmotte stanate dal letargo. In montagna i bambini ridono ferocemente dei vizi degli adulti e crescono in fretta, con spirito di volpe, di poiana o di cinghiale. E gli adulti ridono altrettanto ferocemente di loro.
Durante la mattinata O. si occupava dei cimiteri, li puliva, si occupava del verde, di tanto in tanto scavava una fossa. Fosse stato solo per gli abitanti, di fosse ne avrebbe scavate poche, ma a volte i morti arrivavano da fuori. Riesumava i resti di quelli sepolti da dieci anni. I morti hanno smesso di ridere. Ma ci pensava lui a ridere per loro.
Era sempre di buon umore quando faceva i cimiteri.

Credo fosse un morto di quelli che tornano al paese. La famiglia seguiva il feretro su quei passaggi in discesa che tagliano i terrazzamenti delle tombe, puntando i piedi per non rovinare addosso a quelli davanti. Portare una bara qui non è facile, chi sta davanti deve saper reggere l’aumento di pressione dovuto alla discesa. Vi ricordate Entr’acte di Renè Clair, la scena dell’inseguimento del carro funebre? Si teme sempre qualcosa del genere.
Quel giorno, però, capitò qualcos’altro. Le facce dei parenti passarono lentamente dall’afflizione allo stupore, dallo stupore all’indignazione, ed infine dall’indignazione alla rabbia.
La fossa non c’era! L’impiegato comunale addetto ai bambini e alle tombe non l’aveva scavata.
Lo trovarono addormentato in un angolo del cimitero. Il pintone vuoto di fianco.

Per qualche mese non lo vidi in circolazione, venni a sapere che qualche giorno dopo l’episodio della fossa non scavata era caduto malamente. Durante il ricovero in ospedale aveva smesso di bere e fumare. Da allora beve acqua tonica.

postato da: Tristanbantam | 08:49 | commenti (5)